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Serve cervello (non elettronico)

Nelle gare l’elettronica spadroneggia e i piloti ormai l’hanno accettata. Anche noi dovremo imparare a farlo, ma occhio alle conseguenze della… troppa sicurezza

Serve cervello (non elettronico)

Prendo spunto da una frase di Dovizioso riferita alla Honda ufficiale confrontata con quella clienti: “Voglio una moto più dolce, di dolcezza non ce n’è mai abbastanza”. E non è l’unico pilota a fare richieste del genere.

 


Ma come? Quando cambiamo moto non cerchiamo forse sempre più potenza, più velocità, più accelerazione, più adrenalina? Le Case non fanno che sbandierare CV, kgm, km/h e questi invece vogliono la dolcezza, quasi che i CV in più diano fastidio. E pensare che in un passato nemmeno troppo lontano quella frase sarebbe stata: “Di potenza non ce n’è mai abbastanza”. Era la filosofia della Moto Guzzi quando faceva le gare, della Honda (che privilegiava i motori rispetto ai telai), era la giustificazione con cui la Ducati rispondeva a chi criticava l’eccessiva rabbia del motore della prima Desmosedici.
Ma forse ora le potenze stanno diventando esagerate, perfino nelle competizioni. In sostanza la tecnologia sta superando la capacità dell’uomo di dominarla, tanto che bisogna usare… altra tecnologia per sfruttare appieno le sempre maggiori potenzialità. All’uomo non rimane che fidarsi, tant’è che quando certi sistemi si guastano son dolori.

 

In gara è importante non perdere tempo a lottare con le gomme che pattinano, quindi si ricerca la massima gestibilità del motore lavorando sull’erogazione (controllo alla fonte) e sulla trasmissione a terra della potenza (ciclistica e gomme, controllo a valle). Ci sta che per un pilota l’esuberanza del motore sia un elemento destabilizzante per la fluidità dell’azione e, in definitiva, per il raggiungimento della migliore performance senza stress. Quindi ben vengano motori progressivi e prevedibili, con l’elettronica sofisticata.

Su strada il problema è lo stesso, solo che cambia lo scopo: il primo obiettivo qui è la sicurezza, finalizzata a godere appieno delle potenzialità date dalle moto in termini di comodità e di utilità ma soprattutto di divertimento. Ecco che quindi anche i modelli regolarmente in listino sfoggiano diavolerie elettroniche che miracolano i motori trovando insieme potenza e trattabilità, grinta e confidenza. Però nasce un controsenso: così i motori da oltre 100 CV sono gestibili praticamente da tutti, e questo numero ormai non impressiona proprio più nessuno. Prendete le super tourer da 300 all’ora o certe supersportive: in prima a 3000 giri potete spalancare il gas e i giri salgono quasi sornioni per qualche tacca, per poi distendersi (ma quasi mai esplodere) verso i 6000. C’è un sacco di potenza, ma nelle prime tre marce è limitata dall’elettronica per evitare “coreografie”. Il problema è che a 6000 giri in terza siamo a oltre 200… Quindi, dolcezza o no, stiamo andando a velocità da manicomio.

 

L’esperto lo sa e se ne assume la responsabilità, il meno ferrato (che però ha il grano per prendersi il bombardone) ci si ritrova suo malgrado, e non è detto che mantenga la calma vedendo scorrere i magici numerini del tachimetro. Un tempo sentivi il calcio nel di dietro. E non è il solito nostalgico richiamo alla presunta scomparsa delle moto maschie e nerborute. Il fatto è che sapevi che alla moto dovevi dare del lei (quando non del voi). Ne guadagnavi in salute ed esperienza, affinavi la guida e imparavi a parzializzare il gas. A volte ovviamente cadevi nel tranello e ti trovavi per terra, anche perché certe Case progettavano apposta le moto perché fossero emozionali, dando loro, per esempio, la tendenza all’impennata facile. Oggi invece gran parte del problema è risolto alla radice, così non ci sono più quei
momenti imbarazzanti in cui l’entrata in coppia ti faceva partire il posteriore, magari in curva. Al tempo stesso è però sempre più facile raggiungere prestazioni stratosferiche senza avere il reale controllo né l’epidermica percezione della situazione, magari perché il decollo della ruota anteriore è tenuto a bada dai sistemi elettronici. I telai fanno la propria parte, essendo strutturati per dare soprattutto confidenza. Il pilota e il motociclista scafato ringraziano, poiché possono fidarsi e sfruttare la moto con maggiore tranquillità. L’inesperto sa che deve ringraziare perché lo legge sulle riviste ma in realtà non sa perché. Mica ha mai guidato una moto a carburatore, coi freni a tamburo o le gommine meno che supersportive, col doppio ammortizzatore senza regolazioni o la forcella con l’anti dive che era sempre una promessa non mantenuta.

 

E allora eccolo che scorrazza felice a 200 all’ora accompagnato dal senso di invulnerabilità che le granitiche ciclistiche di oggi riescono ad infondere, eccolo affidare la propria incolumità ai rassicuranti commenti delle riviste o ai dati delle cartelle stampa, quando non
(peggio) alle dichiarazioni del marketing. Non ha paura, non può averne con queste moto supertecnologiche e supersicure. Fino a quando arriva veramente il momento in cui si fa tragicamente evidente la differenza tra uno spavento gestito con consapevolezza e un blocco mentale da panico

La paura ci salva, avere paura fa bene. Le moto di oggi eliminano la paura con la loro strabordante tecnologia, ma non la sostituiscono con meccanismi automatici altrettanto efficaci nel “costringerci” a chiudere il gas. Citazione finale: “Aspetto che il panico cresca, quando la paura si trasforma in visioni celestiali, inizio a staccare...”. Kevin Schwanz.Trionfo dell’stinto, della lucida follia, del talento. Ma lui poteva. I piloti veri possono. Alcuni piloti di ultima generazione non potrebbero ma c’è l’elettronica che li aiuta. Noi non possiamo. Scegliamoci moto che non guidino per noi, scegliamole adatte al nostro livello. Non fidiamoci troppo della tecnologia, anche se ci dicono che dovremmo.

Impariamo a conoscere la paura.

 

Tarcisio Olgiati

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