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Non si può tornare indietro un attimo?

I profumi delle gare, della pista, dei motori. I miei sono arrivati con i kart, negli anni ’60. Mi sono entrati dentro e non mi lasciano più

Mio padre correva con i kart, e tutte le domeniche si andava a Fano, Pista del Mare. Erano gli Anni ’60, le date non me le ricordo benissimo, avrò avuto 7-8 anni. Troppo pochi per guidare qualcosa col motore (oggi sarebbe diverso, mannaggia), abbastanza per appassionarmi alle cose di quel mondo meraviglioso, un mondo che mi è rimasto dentro: rumori, odori, l’eccitazione delle gare. Le balle di paglia, le barriere di gomme usate, l’odore della benzina, dell’olio di ricino bruciato, i bulloni che trovavo in officina, i pistoni, i cilindri alettati, le candele, e poi l’unto addosso, sulle mani, sotto le unghie. Mi piaceva stare tra i meccanici, così come a bordo pista, allora il concetto di sicurezza era un’idea abbastanza vaga. Come per me quello di pulizia. Quando la sera tornavo a casa mia mamma mi accoglieva disperata. C’ha provato, poi ci aveva messo una pietra sopra, la maglietta pulita restava nel cassetto per la prossima volta.

 

Tra i tanti personaggi ricordo il Conte Lippo. Un signore elegantissimo, un vero nobile - forse lo era davvero - l’unico che all’epoca aveva una divisa, un colore: giallo. La tuta gialla sempre nuova, i guanti gialli, il casco giallo. Arrivava in pista con un macchinone nero lucidissimo, sempre impeccabile. Non mi ricordo se fosse uno veloce o meno, ma questa idea della velocità non mi arrivava da nessuna parte, come se non fosse importante, come se l’obiettivo dei ragazzi della Pista del Mare fosse solo guidare in pista, sfidarsi all’ultima curva e poi chi vinceva vinceva, che importava?

Poi c’era Giammatei-pinze-e-spranga. Si rompe un freno? Pinze e spranga. Si spezza un tirante? Pinze e spranga. Si stacca il carburatore? Pinze e spranga. Lui con le pinze e la spranga faceva tutto e ti faceva finire la gara. Ridevano dicendo: si rompe una biella? Arriva Giammatei, pinze e spranga. Io, con le mie embrionali idee di meccanica, mi domandavo: ma come si può? È uno scherzo, mi rispondevano.

 

A Fano, in un angolo sulla strada Nazionale, c’era l’officina di Giammatei-pinze-e-spranga. I kart sui tavoli e si lavorava tutta la notte per montare i motori, cambiare un pistone, sistemare il cambio. Si lavorava per riparare l’irreparabile per poi correre il giorno dopo. E anche qui si camminava sui bulloni sparsi sul pavimento lucido di grasso, tra i cavalletti fatti da ciocchi di legno unti e rovinati, con le lampade fioche che pendevano dal soffitto, carbonari del kart indaffarati in una corsa contro la ragione. Con in mente una cosa sola: la pista, la pista, la pista.

 

I kart dell’epoca pinze-e-spranga (come quello che vedete nella foto, lo guida mio papà) ovviamente non avevano nulla di tecnologico. Il volante arrivava da un’auto, le ruote non saprei, e il resto era fatto in casa, tubi di ferro, saldatore e fantasia. I motori erano quelli delle moto, 100, 125, 175 cc, si usava quello che c’era, il regolamento era “prendete e andate”. Ovviamente erano elaborati ma non si compravano le parti speciali, semplicemente perché non esistevano le parti speciali da comprare: si lavorava con la lima e la carta vetrata applicando nozioni di meccanica intuitiva. Miracolosamente i motori giravano più forte e quando non si rompevano, cosa che succedeva spesso, si arrivava anche al traguardo, era già un’impresa.

 

Una delle cose che più mi affascinavano era la pipetta del carburatore. Il cornetto di aspirazione, in pista si chiamava così. La pipetta era fatta di alluminio, al tornio, e per non fare entrare i sassi c’era una retina d’oro (ottonata) stretta alla meglio con la spranghina o col Tesa da elettricista. Alla fine del rettilineo si chiudeva con una mano, il motore si spegneva aspirando una boccata di miscela quasi senz’aria: per non farlo grippare, mi dicevano, quando chiudi il gas in fondo al rettilineo è il momento peggiore e il getto di benzina lo raffredda. Spettacolo!

Poi c’erano le candele. Mi piacevano perché era una delle cose che potevo capire, smontare e pulire. C’erano le Lodge, di metallo scuro col il gambo di ceramica rosa, le Champion, lucide e bianche. Poi, a 14 anni, il motorino: smontavo, pulivo la mia candela con lo spazzolino d’acciaio e ci soffiavo sopra. Lo facevo almeno una volta al giorno e poi il motorino andava meglio. Non era vero, non serviva a niente ma era bellissimo sentirsi meccanici.

 

Quelli sono stati i periodi più belli dell’epoca della Pista del Mare. Per me ma anche per i ragazzi che correvano. Le nottate nell’officina di Giammatei-pinze-e-spranga passate a riparare l’irreparabile, i pezzi recuperati da chissà dove e sistemati alla meglio per dare vita a quei kart così vivi, le immancabili rotture, le riparazioni improbabili per rimetterli in pista facevano parte di un mondo straordinario ed eroico, dove ci si batteva alla pari, senza soldi ma con tanta passione e voglia di correre.

 

Poi le cose lentamente sono cambiate e quel mondo pionieristico e sognante si è rovinato. Non sarebbe tornato mai più, e il motivo era uno solo, lo sentivo dai commenti dei ragazzi della Pista: oggi costa troppo.

 

Stavano arrivando infatti i primi kart professionali. Tony Kart, Birel, Parilla... sono i marchi che ora ricordo, ma ce n’erano tanti altri. Arrivava la tecnologia e salivano i costi, e ciò che allora era diventato proibitivo per i ragazzi della Pista oggi può far sorridere: il peggio doveva ancora arrivare, di lì a poco il kart si sarebbe trasformato in un affare per veri ricchi.

Di quel periodo ricordo i motori Maico fatti da Lazzarini, e già iniziavano a fare paura: col cambio in basso, non più al volante, e i primi rudimentali raffreddamenti a liquido, scatole di alluminio fissate non so come intorno al cilindro dentro cui veniva spinta l’acqua. Si mettevano in moto a spinta, ma non era così facile. Erano molto compressi e a volte le ruote si bloccavano lasciando una striscia nera sull’asfalto. Ma quando partivano vincevano. C’era però troppa differenza coi vecchi motori, salivano le prestazioni ma l’atmosfera non mi sembrava più la stessa, se volevi essere competitivo c’era solo una strada: comprare un Maico.

 

Poi con l’arrivo dei kart moderni la situazione costi-tecnologia è ulteriormente peggiorata. Spettacolari, delle Formula Uno in piccolo, bellissimi ma anche insidiosi come un’epidemia. Con quelli infatti è iniziata l’era del soldo, vinceva - semplicemente - chi ne aveva di più: potevi essere bravo quanto volevi ma se non avevi l’ultima versione di tutto non andavi da nessuna parte: due telai, tre motori e sei treni di gomme in mescola ogni weekend. E così è finita l’avventura dei ragazzi della Pista del Mare.

 

Al ristorante della Pista si mangiava il pesce pescato nell’Adriatico, le grigliate di sardoni per me erano il massimo. L’odore delle sarde bruciacchiate sulla carbonella si mescolava a quello della benzina, dell’olio di ricino, delle gomme bollenti, della paglia, dei caschi sudati, dei guanti di pelle consunti. Per me quelli erano i profumi della natura. E la musica ce la mettevano le espansioni. 

 

Non si può tornare indietro un attimo?

 

Aldo Ballerini

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