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Nella testa del centauro

Troppo spesso gi incidenti stradali sono catalogati come fatalità. Comodo, ma non realistico. La moto fa solo ciò che le chiediamo di fare, anche se a volte non sappiamo di averglielo chiesto

Nella testa del centauro

Nella testa del centauro

 

Oggi volevo scrivere di moto, di come questa meravigliosa invenzione nel corso del suo secolo e passa di storia si è trasformata, da semplice mezzo di trasporto, in oggetto di piacere che si sceglie e si “indossa” come un accessorio che completa o specifica meglio la nostra personalità. Ma da qualche giorno penso a certe cose, cose tristi che capitano, troppo spesso, quando si va in moto; così mi è passata la voglia. Penso agli incidenti, alle tragedie della strada, e la cosa più assurda è rendersi conto di come avvengano la maggior parte di queste disgrazie: una fatale distrazione, anche per motociclisti espertissimi, e le strade si riempiono di mazzi di fiori ai pali. Come può accadere tutto ciò, così spesso, così ineluttabilmente? Ovviamente non conosco la risposta a questa domanda, ma posso fare alcune riflessioni.

 

Agglomerati di metallo e plastica 

Per quanto ci si ostini (anche solo per slancio poetico) a voler vedere nei mezzi meccanici un’anima o una personalità, la cruda realtà ci parla delle moto come di agglomerati di metallo e plastica che obbediscono solo ed esclusivamente ai nostri comandi ed alle leggi della fisica. Dando per scontato che la moto sia perfettamente a punto e che non intervengano fattori esterni, non c’è nulla durante la guida che non sia dovuto, in positivo o in negativo, alla nostra volontà. Ogni volta che il mezzo prende il sopravvento, è perché la nostra volontà in quel momento non lo sta controllando, per sottostima delle potenzialità della moto o sopravvalutazione dell’istinto del pilota; perché un automatismo non è stato poi così ben assimilato (o le condizioni ambientali non sono ottimali per affidare la nostra sicurezza al solo automatismo).

 

Il cervello sta nella testa

Il centauro, figura mitologica che ben rappresenta i motociclisti, ha il corpo di cavallo e la testa umana (col cervello dentro), non viceversa. Molto spesso “fatalità” è un appellativo eufemistico e consolatorio dato a un errore: a volte il cervello si scollega, in certi casi addirittura consapevolmente, e la situazione si trasforma di fatto in una roulette russa. E per cosa poi? Per un attimo di epidermico godimento? Per compiacere il tanto decantato senso di onnipotenza (immortalità?) che alberga nell’animo del motociclista mentre guida? Per assecondare l’ingannevole convinzione che le gesta dei nostri eroi sportivi siano alla portata di tutti?

 

Esame di coscienza

Vediamo di non dare la colpa agli automobilisti, se abbiamo la manetta facile e viaggiamo a oltre 150 in città; non incolpiamo il fondo stradale se ci ostiniamo a cercare il ginocchio a terra nelle rotonde; non prendiamocela con chi esce dallo stop vedendoci distanti e non immaginando certo che stiamo per percorrere il viale in monoruota a velocità più che doppia rispetto al consentito. Come si può pensare di avere il controllo in situazioni come queste? È vero, questi sono casi limite che si verificano durante la guida improntata al divertimento (e qui uno se la va anche un po’ a cercare), ma quante volte l’abbiamo scampata per un pelo anche mentre stavamo semplicemente andando al lavoro, al bar o a scuola, ci stavamo cioè solo spostando da un luogo all’altro? Non c’è ABS o airbag che ci salverà se dimentichiamo una precedenza; non è certo colpa della moto se non abbiamo avuto l’intelligenza di prevenire le incognite di una strada sconosciuta; la distrazione non può essere la giustificazione per l’insorgere di un problema: è proprio la distrazione il problema.

 

Esistono delle regole

E poi - sarà banale - non siamo soli per la strada, è per questo che esistono delle regole. Non voglio dire di arrivare a controllare completamente il traffico, come nell’aviazione (e comunque prima o poi succederà, credetemi, è solo questione di aspettare che maturino i tempi, o che le situazioni degenerino), ma ormai quando si è per strada tutto ciò che può sembrare ovvio merita attenzione, sempre: quello che è successo ieri non ci dice niente su ciò che succederà tra un minuto; se in una data circostanza abbiamo avuto fortuna, non significa che abbiamo acquisito la capacità di controllare altre situazioni simili in futuro. Posto che per strada dobbiamo usare tutta la scorta di occhi che abbiamo a disposizione, se vogliamo divertirci ci sono sempre le piste. Certo, si potrebbe aprire un lungo discorso sull’effettiva accessibilità dei circuiti, ma qui mi preme soprattutto sottolineare che per strada un errore anche banale e piccolissimo può trasformarsi in un’immane tragedia, mentre in pista, dopo essere rotolati un po’ nelle vie di fuga, di solito si ritorna ai box per riderci sopra dandosi dei distrattoni...

 

Una bella differenza, direi.

 

 

P.S.: l'articolo è tratto da SW di giugno 2006, rubrica Accelerando. Cliccate sul link che trovate sotto la foto per vedere la pagina originale.

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