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Meglio acqua e sapone

Quello che oggi con termine tanto in voga viene chiamato tuning, estetico o meccanico, non è nient’altro che l’espressione dell’atavico egocentrismo del motociclista, sostanzialmente niente di molto diverso da ciò che spinge un graffitaro a lasciare la firma su un muro o che fa scegliere un taglio di capelli eccentrico

Meglio acqua e sapone

Vuole il mito che i motociclisti siano impallinati per le modifiche. È una convinzione suffragata dalla realtà, infatti non c’è ambito della passione motociclistica in cui non si esprima il desiderio di dare al proprio gioiellino un tocco personale e riconoscibile. Ognuno ha le proprie motivazioni, e spesso gli altri non le capiscono. In fin dei conti vogliamo solo essere visti e ricordati, al di là del compiacimento nel soddisfare le nostre voglie. C’è ovviamente anche chi sostiene che modificando una moto la si privi di quella bellezza (anche tecnica) che è tanto più pura e perfetta quanto più si avvicina all’idea originaria del designer/progettista. Fortunatamente siamo lontani dagli eccessi della Ford T, “disponibile in tutti i colori purché nera”, ma le Case propongono pur sempre un ventaglio ristretto di opzioni all’interno delle quali siamo obbligati a scegliere. Se siamo fortunati troviamo una combinazione modello/allestimento/tecnica in cui riconoscerci, altrimenti rimane solo il compromesso. E allora via di tuning, con appendici che germogliano rigogliose, particolari che vengono sostituiti, adattati, anche solo tolti, con lo scopo di cucirsi addosso il proprio oggetto, o col malcelato intento (quasi mai raggiunto, ma non importa) di migliorare il lavoro dei progettisti. Al tuner del terzo millennio poco importa di vedersi bollato come edonista narciso e fighetto; egli segue un’impellente esigenza di (soggettiva) perfezione. Il tuner è un ricercatore, e la ricerca è figlia della sete di conoscenza. È positiva, è costruttiva. È pura.

 

Comprendere è diverso da entusiasmarsi

Allora perché non riesco a farmelo piacere, ‘sto tuning? Il tuning origina dall’esigenza di migliorare la funzionalità del mezzo. Ecco allora le trasformazioni dei turisti di lungo corso, oppure di chi usa la moto per lavorare: provate voi a consegnare le pizze confidando nella semplice capacità di carico di uno scooter di serie. Lo stesso fenomeno custom nasce da un bisogno ben preciso, quello di… avere una moto. Infatti i primi chopper (chop = tagliare) erano accozzaglie di pezzi recuperati qua e là, giusto per possedere una moto senza svenarsi. È chiaro poi che uno, già che si sta facendo la moto, se la fa secondo i propri canoni, e non è detto che siano simili a quelli promossi in quel momento dalla società. Mi sembra invece che oggi non ci sia più una vera necessità pratica che giustifichi le modifiche, e che alla fine rimanga solo la voglia di distinguersi. Soddisfare il proprio senso estetico sarà anche un nobile intento, ma io trovo molto più romantico smanettare sul motore o sul telaio di una moto bruttina per esaltarne l’efficacia nella guida, piuttosto che usare la viteria in ergal solo per il colore. E montare un plexiglas arancione iridescente? Molto figo, ma poi ti ci accucci sotto e non vedi più nulla.

 

Tuning senza cuore...

Sul tuning tecnico magari tornerò un’altra volta, ma voglio dire intanto che le modifiche, se non sono indirizzate ad un uso sportivo in pista, sono una pratica anacronistica e controproducente. Prendiamo gli scarichi sportivi after market: quasi sempre la maggiore spesa produce solo del gran casino (assolutamente voluto). Le Forze dell’Ordine ringraziano, gli risparmiamo la fatica di venirci a cercare. Sospensioni e freni posso capire, almeno si può usare l’alibi della sicurezza… Fortunatamente ci sono meccanici che, quando arriva in officina il ragazzino che vuole truccare il motorino, rispondono che non se ne parla. Anche perché capita che il ragazzo chieda di alesare il cilindro, ma poi non sappia cosa sia l’alesaggio! Sono finiti i bei tempi della passione sana e dell’amore per la meccanica, non è più tempo per le spacconate alla Joe Bar, basta coi getti fantasiosamente cambiati, le teste abbassate o le marmitte a tromboncino. Oggi un cinquantino ha fino a 8 CV di serie, per non parlare degli oltre 130 delle ultime 600 o degli oltre 190 delle 1000. Cosa vogliamo di più? E poi ci sarebbe sempre quel piccolo particolare che si chiama rispetto delle normative. Vabbé, la moto te la sequestrano anche solo per una freccia fuori ordinanza, quindi c’è sempre il forte rischio di “urtare” un solerte funzionario.

 

Ma lasciarla acqua e sapone no, eh?

 

 

P.S.: l'articolo è tratto da SW di settembre 2007, rubrica Accelerando. Cliccate sul link che trovate sotto la foto per vedere la pagina originale.

 

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