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La pista del mare di Fano

Sulla pagina precedente ho parlato della vecchia Pista di kart di Fano; ieri sono andato a vedere cos’è rimasto dopo 40 anni. C’è più di quanto si possa immaginare, vien quasi voglia di recuperarla Aldo Ballerini

Dopo 40 anni, circa, sono tornato a Fano, a vedere cos’è rimasto della Pista del Mare. Direi più di quanto mi aspettassi, anche se il mare s’è mangiato tutta la parte esposta alle onde. Guardate la foto 1, l’ho fatta salendo sulla montagnetta che c’è oggi in fondo alla pista. Questa c’era anche allora, poi vi racconto cosa hanno combinato lì i ragazzi della Pista.

Tra le tante cose che mi aspettavo la più straordinaria è che non mi sono affatto rattristato pensando ai bei tempi andati. Anzi, ero addirittura felice di rivivere quei momenti, quelle giornate passate in pista, pensando a mio papà che correva (prima) e faceva il commissario (poi), ai motori e ai profumi di olio di ricino bruciato e di sardoni alla griglia.

 

Mavaffa

La pista quindi c’è ancora quasi tutta, compresa la curva (foto 2) dove è stata scattata la foto di mio papà in derapata (mica le fa solo Stoner). L’asfalto non è male, direi buono al 90%, solo sporco di ghiaia, terra e con gli spazi di fuga pieni di erbaccia. E ho pensato che sarebbe bellissimo abitare lì, nella casa che prima era il ristorante (vedi foto 3). Farei il custode, ogni giorno andrei a spazzare l’asfalto e magari ci girerei pure con un motorino, uno scooter, una cosa con le ruote e con un motore che ha le marce e fa rumore. Invece questi scriteriati l’hanno lasciata morire così. Perché poi? Perché i kart puzzano?, perché fanno casino?, perché sono pericolosi?, perché la signora Cesira che abita affianco non può riposare la domenica pomeriggio? Mavaffa.

 

Da dove arriva la Oval Piston

Di fianco al ristorante (sempre foto 3) ci sono anche i box e il parco chiuso, che vedete bene nella foto 4. Parco chiuso è un’esagerazione, si tratta di una piccola tettoia, poca roba, dove però all’epoca si nascondevano tesori preziosi: fili d’acciaio, leve, viti, bulloni, pistoni, cilindri, carburatori, candele. E dov’era possibile sporcarsi le mani e le braccia fino ai gomiti andando a ravanare tra quegli oggetti misteriosi. Mia mamma le prime volte mi mandava vestiti decentemente, con la raccomandazione di non toccare nulla; poi, presa da amore materno, ha lasciato perdere, il vestito della domenica lo riservava per altre (per fortuna rare) occasioni.

Nel parco chiuso, come in tutti i parchi chiusi, si facevano le verifiche. Io le ho viste: smontavano la testa, e poi controllavano la corsa e l’alesaggio. Per questo si facevano due misurazioni in croce, e io chiedevo: perché? Perché il pistone potrebbe essere ovalizzato, disse mio papà, e la cilindrata potrebbe cambiare se misurata in un verso o nell’altro. Dopo quarant’anni ho capito dove hanno copiato i giapponesi, dai ragazzi della Pista del Mare.

 

Kart Ducati

Un anno assieme ai kart hanno corso delle formula Ducati - le chiamo così perché non ho la più pallida idea di cosa siano - in pratica dei maxi-kart con il motore della scrambler 350. Completamente carenati, come delle piccole Formula Uno, erano bellissimi, colorati e (per me) impressionanti. In quella gara, in particolare, ce n’era una splendida, blu metallizzata a scacchi grigi (così mi ricordo), che tra l’altro ha fatto tutta la gara in testa. Alla fine però ha rotto. Un commissario ha detto: beh, usciva da quella curva (quella sotto la collinetta che dà sul rettilineo) con tanta di quella potenza... Come dire, per forza poi ha rotto. Tutta quella potenza poi quanti CV saranno stati? 20? 25?

 

Ci hanno copiato pure la collinetta

Avete presente le Hill Climb americane, quelle gare dantesche dove degli sciamannati si arrampicano su colline impossibili con moto lunghe tre metri e poi immancabilmente si ribaltano? Ecco, quelle. Le hanno inventate loro? Ah, ah, macché: copiate dai ragazzi della Pista del mare.

Quel giorno Attilio si era messo il casco per andare col motorino, e nessuno si raccapezzava perché Attilio avesse messo il casco per andare col motorino. Aveva indosso pure una tuta blu da meccanico, quelle di cotone pesante con la cerniera lampo bianca, un po’ unta e scucita qua e là. Quello era l’abbigliamento di sicurezza, in pratica così combinato si poteva pure buttare da un aereo che non sarebbe successo niente. Ha preso la rincorsa puntando verso la collinetta, che era tutta gremita di gente. Lo aspettavano infatti tutti i ragazzi della zona, opportunamente allertati da lui stesso dicendo che avrebbe compiuto un’impresa memorabile: si sarebbe lanciato sulla vetta passando per la strettissima, ripidissima e inutilissima stradina di ghiaino che segava la collinetta a metà dritta e profonda come un taglio col coltello.

A metà strada il motorino, che non era esattamente l’Husky di Steve McQueen ma un ferrovecchio a tre marce, ha iniziato a lamentarsi e il motore a scendere di tono, senza dare alcuna speranza di poter arrivare non solo sulla cima, ma nemmeno a metà. Quando le cose sembravano mettersi male per Attilio, che già pensava di buttarsi da una parte (lui) e dall’altra (il motorino), il pubblico ha iniziato a spingere sul parafango e sulla sella e così, tra urla - ddài! gaas! vai! vai! vai! - il nostro eroe è riuscito a conquistare l’agognata cima. Dove lì è poi rimasto per un bel pezzo, perché la cosa più difficile - che ha scoperto col senno di poi - non era affatto salire, quanto girare il motorino e scendere per la stessa (unica) strada. Noi, verso sera, siamo tornati a casa, e quando ho guardato al collina il motorino era ancora lì.

Il giorno dopo era parcheggiato nei box, nemmeno troppo malconcio. E Attilio era a letto con la febbre. Ma solo un po’, ha poi aggiunto.

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