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Il motoparadosso

La moto èdivertente e permette di migliorare la conoscenza di se stessi. E poi risolve il problema del traffico. Quindi è chiaro che ce ne saranno sempre di più. Sì, magari... In realtà è tutta una sporca congiura

Il motoparadosso

Mi è capitato di dover per un’estate intera rinunciare all’auto, danneggiata da una tromba d’aria e rimasta in officina per due mesi a causa di lungaggini ripartite tra assicurazioni, periti, meccanici in ferie e carrozzieri con... il coltello dalla parte del manico. “Tanto hai la moto”, direte. Certo, ma per un musicista l’estate è periodo ultralavorativo, quindi immaginatemi affannato a cercare parcheggi sicuri, organizzare appuntamenti, scrutare il cielo sperando nel bel tempo. E poi dove mettere il sax e la valigia? Insomma, un bel problema. Sarò sincero: la macchina mi è mancata.

 

Ho ovviamente goduto del fatto di arrivare sempre in orario, di potermene fregare del traffico, di considerare ogni viaggio un divertimento. Però non è stato gratis. Al di là dei maggiori costi dovuti al fatto che in auto vado a GPL e in moto vado... allegro, c’è lo stato delle strade, c’è l’obbligo di tenere sempre aperti mille occhi, di prevedere, prevenire, programmare con grande anticipo, vestirsi pesante alla faccia del caldo. E poi c’è la guida, che deve diventare sempre più raffinata, attenta, consapevole. È uno stress, ma almeno più conosci la moto più la apprezzi e ti diverti, più la guidi e più acquisisci sicurezza, padronanza e confidenza. La vita reale come scuola guida definitiva, quindi, da affrontare con umiltà e curiosità ma anche con grande circospezione.

 

In effetti basta un attimo e il circolo da virtuoso diventa vizioso: la moto aiuta nel traffico ma solo se la guidi con dimestichezza; guidare tanto aiuta ad acquisire scioltezza ma il traffico incasinato impedisce di stare tranquilli. Ecco quindi (e il cerchio si chiude) che un gran numero di dueruotisti si muove “sulla fiducia”, con pericolo per sé e per gi altri. Sembra una congiura contro l’uso moto, e non parlo di sfortunati allineamenti astrali. C’è lo stato delle strade ma anche il diffuso (e indiscutibile) luogo comune che vuole il motociclista poco protetto in caso di scivolata. Lo stesso abbigliamento tecnico è indispensabile ma vanifica alcuni dei vantaggi delle due ruote. Uno se ne frega, insiste. Ma ecco allora che si trova di fronte a normative incomprensibili, tipo la mancata esenzione delle moto e degli scooter dalla gabella Ecopass, ad agguati con macchinette mangiasoldi che con la sicurezza non c’entrano nulla, ad intransigente accanimento (prima toccava ai customisti, ora agli sportivi).

 

I compagni di strada non è che siano esenti da colpe, a partire dai motociclisti stessi. Però qui vorrei concentrarmi sui musi di auto che escono dagli stop, sui ciclisti che svoltano all’ultimo secondo, sugli automobilisti che non ti danno strada per vendicarsi del fatto che sei più agile di loro oppure, appena ti vedono nello specchietto, toccano i freni per chissà quale paura. Il problema è che tu vedi gli stop e, per quel che ne sai, pensi abbiano inchiodato. Invece fanno solo un rallentamento precauzionale, come se il solo fatto di avere una moto nei paraggi sia fonte di pericolo. In realtà il loro rallentamento è un guaio per noi e il risultato è che ci siamo presi uno storico spavento, quando non siamo caduti per un panic stop non controllato.

 

È assurdo perché la moto (scooter o ciclomotore) sarebbe il mezzo ideale per snellire traffico nonché abbattere i tempi di percorrenza e lo stress. Ma come fai ad approfittare delle qualità “decongestionanti” della moto se ne hai paura? Come fai a divertirti, a guidare in scioltezza e ad imparare se la strada è una bolgia infernale che genera solo spaventi e incazzature?

Ce ne si può fregare andando “verso l’infinito e oltre” come fanno, con gli stessi incredibili esiti, certi scooteristi sbarazzini e pilotoni con le 1000 sui viali alberati, oppure si rinuncia all’aspetto utilitaristico e si va a divertirsi in pista, asfalto o terra che sia. Però costa un botto e manca il contatto con la realtà.

 

Il paradosso è quindi che la moto vive stretta nella morsa del proprio status di oggetto utile ma ansiogeno e la condizione di bene meramente voluttuario/ludico. Nel primo caso è lo stesso ambiente in cui sarebbe a proprio agio a tarparle le ali, nel secondo, ed è perfino peggio, verrà sempre più vista come un fastidio da chi non la ama, da chi non la vuole tra le scatole, dai censori filoecologisti inclini a sacrificarla sull’altare della convivenza civile. Per non parlare delle invidie e degli strali di chi la vedrà come cafonissimo status symbol per puponi col grano.

 

Sono troppo apocalittico? Dovrei divertirmi di più e pensare di meno? Sarà… In quell’estate di sole due ruote io ci ho provato, ma troppo spesso qualcosa mi ha fatto spegnere il sorriso.

Solo dopo sono partiti i pensieri.

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