Rockers Vesuviani

Inghilterra e Italia vs Giappone (passando da Napoli)

Rockers Vesuviani

Articolo in versione originale, prima dei tagli imposti (per ragioni di spazio) dalla pubblicazione su Super wheels

 

 

A Londra era Rockers vs Mods, a Napoli Café Racers vs “flikkettini” filo giapponesi. Sul mercato le moto del sol Levante spopolavano, ma sulle curve della Costiera…

Io e i miei amici abbiamo imparato ad andare in moto guidando su strade lastricate di basoli o sanpietrini. Premessa importantissima, fa capire come mai, coi i funambolismi che facevamo per non stenderci alla prima curva con i Pirelli MT al posteriore ed il “rigato” anteriore, possiamo definirci antesignani del Motard. Alla prima acqua o chiazza di nafta, si andava in terra ma lo stile Rocker imponeva di affrontare le curve, tutte, pedana in terra a tutti i costi, anche se non era necessario: giù tutto e… "che Dio ce la mandi buona". C’era sempre pubblico da stupire e al massimo ogni scivolata diventava leggenda, le ferite sulle moto e sui piloti decorazioni al merito. Più ne avevi, più “contavi”, al Bar, al nostro Ace Café.

In queste condizioni si sviluppavano le nostre sfide, fatte con mezzi non certo radicalmente “ibridizzati” come le Triton (per la legge italiana non era possibile, come non lo è ora), però modificate sì, tanto le Forze dell’ordine spesso non capivano le differenze. Ecco perché l’astronave CB 750 aveva innervosito noi “vecchi” Rokers: tutta perfettina, avviamento elettrico, minimo regolare, niente trafilaggi o pezzi persi per strada. All’improvviso la moto si era trasformata in un fenomeno di moda (la CB ma anche Kawasaki Mach III 500) e coinvolgeva molti giovani che le usavano come status symbol.

Tra noi qualche “pentito” c’era e così avevamo la possibilità di assaggiare le odiate nipponiche: tutto bene, tutto ok, ma solo sul diritto! C’era un abisso di maneggevolezza a favore delle amate inglesi e italiane, che però di motore non ce la facevano. E noi, in perfetto stile Rocker, le modificavamo: le Commando, le Bonnie o le Spitfire venivano sottoposte alla cura “marmitte, carburatori, corona”. Il nostro “inviato speciale”, Claudio, portava da Milano qualche ricambio introvabile, i getti maggiorati per i carburatori Amal, la corona con due denti in più, i cornetti d’aspirazione, sognando le cassette di trasformazione di Paul Dunstal di cui parlavano le riviste inglesi.
Francuccio “o’ Ripetente” (così chiamato per aver fatto il Liceo in 8 anni…) aveva una Vespa 125 GT tenuta maniacalmente. L’unico… neo era il motore 180 SS taroccato Pinasco. A lui erano affidati i trasporti celeri dei pezzi da modificare: le marmitte da far tagliare, aprire e svuotare dal marmittaro di fiducia; poi bisognava andare dal cromatore, comprare le candele Bosch Termolastic e l’olio STP… All’improvviso Francuccio era sotto le finestre della scuola a gridare che tutto era pronto! Che tempi, che sospensioni… Sì, dalle lezioni! Eh già, perché bisognava pur rispondere a Francuccio, no? Un paio di giorni erano assicurati.

A volte dalle riviste inglesi venivamo a sapere che la Café Racer perfetta poteva essere fatta con roba di casa nostra: una Bonnie con tromboncini o pistoni Ducati, ad esempio. Ci guardavamo in faccia basiti e giù a scrivere lettere per ricevere i vari pezzi, la camma speciale, le aste alleggerite.
Intanto qualche “tiratina” d’assaggio sulla Costiera Amalfitana era d’obbligo. Non avevamo Misano o il Mugello, solo 40 km di guidatissima Costiera. Lì per le Jap non ce n’era, anche perché quelli che le guidavano non erano veri Rokers nemmeno nello stile di guida. I nostri invece…

L’amico Pinello aveva un fegato da leone una Guzzi S3, col motore ben “accuratizzato” (neologismo coniato dai Rockers Vesuviani e che corrisponde al moderno Blueprinting - n.d.r.) e i Lanfranconi corsa corti aperti. Imprendibile, nel misto, sul diritto, in autostrada. Piki, detto “l’elegante” (il padre aveva un negozio d’abbigliamento) aveva la Laverda 750 SF, un mostro, faticosa, ma un mostro: la guidava da Dio, solo corona due denti in più e marmitte aperte. Poi c’era Sandro detto “Caramello” (era sempre abbronzato), con la sua rara (troppo costosa) Ducati 450 Mark 3 kittata tipo Spaggiari, un missile con la camma Bianco/Verde; Claudio con Bonnie “ducatizzata”, Ettore con Commando kittata. Per essere ammessi da noi niente Japan, solo English o Made in Italy!
Francuccio “ò ripetente” aveva la Vespa, dicevamo, ed era il nostro telefonino vivente, un SMS umano. A lui erano affidate le comunicazioni, comprese quelle che recapitava alle ragazze con l’ora e il luogo delle sfide, alle quali le nostre “ombrelline” dovevano partecipare per motivi, diciamo, coreografici ma anche per portare vettovagliamenti e… cerotti. E che tifo facevano, altro che le “flikkettine” Jap. Credete, esistevano pure le rivalità tra ragazze. Ci assistevano anche durante le lunghe sedute di lavoro nelle officine casalinghe: con i ciclomotori (truccavamo pure quelli) ci portavano i viveri che venivano consumati in un misto di olio, benzina, grasso. Insomma, un gran casino. Tranne per Francuccio: quando mettevamo in moto le nostre “creazioni”, Francuccio spostava il Vespone per non farlo sporcare…

Che soddisfazione, tornare a casa ed essere “annunciato” un chilometro prima, la mattina quando arrivavi al Bar fuori scuola t’avevano già riconosciuto dal “risucchio” in scalata 4a-3a della Commanso S: ...praaaaammm...pram... prammm... praaaaaammm... E al Bar arrivavano pure le sfide lanciate dagli altri Ton Up Clubs e allora iniziava il rito.
C’erano da definire parecchi parametri, percorso, tipo di moto, rapporti e, soprattutto, “il driver”. Prima di tutto però occorreva fissare tra gli sfidanti un “protocollo” di trasformazione condiviso e sottoscritto (!), poi si stabiliva l’officina dove effettuare la verifica sulla moto del Rocker vincente. E su questi punti iniziavano discussioni che sfociavano spesso in liti furibonde con l’immancabile arrivo della Celere, tra il fuggi fuggi generale. L’Ace Café di Londra era stato chiuso ma noi lo emulavamo a dovere: un sabato sì e l’altro pure, il quotidiano locale aveva da scrivere!
Le sfide, il tornitore, gli inseguimenti, l’austerity… Un’altra volta.

I CV che erano in ballo all’epoca vi farebbero sganasciare dalle risate: la Guzzi S3 ne aveva 57, 63 la Laverda, 60 le Inglesi, 67 la CB 750 e 60 la Kawa. Un po’ pochini in rapporto alle cilindrate 500 e 750 dei giorni nostri. Ma nelle mani giuste…