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Rockafé: arriva l'astronave!

Negli Anni ’70 le giapponesi erano odiate e sbeffeggiate. Ma anche un po’ temute. I Rockers le guardavano col sorrisino, ma le provavano tutte

Negli Anni ’70 le giapponesi erano odiate e sbeffeggiate. Ma anche un po’ temute. I Rockers le guardavano col sorrisino, ma le provavano tutte


Linee tese, colori brillanti, cromature perfette. E senza le odiose carenature. Queste erano le moto Anni ’70, le inglesi al top e le italiane con un carattere inimitabile. Ma poi arrivarono le astronavi giapponesi ed ebbero così tanto successo che nel 1974 il Governo e l’ANCMA (Associazione Nazionale Cicli Motocicli Accessori) s’inventarono la restrizione all’importazione di moto di cilindrata inferiore a 380 cc e peso inferiore a 170 kg (a protezione delle nostre 350 cc). Ma la UCIME (Unione Nazionale Importatori Commercianti Motoveicoli Esteri) aggirò il tutto, ad esempio chiedendo alla Suzuki di portare la cilindrata della GT da 371 a 384 cc, o facendo montare alle Jap pesanti paragambe, da togliere poi appena arrivate in Italia. La Moto Guzzi e la Benelli (entrambe in mano all’italo argentino De Tomaso), con la GTS 350/400 e la 500 4 cilindri, fecero una copia delle Honda CB 350 e 500, dimenticandosi però i freni a disco e l’affidabilità... In verità pure i Jap scopiazzavano: la Kawasaki “studiò” la BSA 650 A 10, la Yamaha provò a fare l’anti Bonnie, con le XS 1 e 2. Lasciamo stare i risultati.
Al bar ognuno difendeva le proprie scelte ma, diciamolo, le Jap volavano. Anche fuori strada, se non avevano ciclistiche modificate con componenti italiani o inglesi. I giapponesi hanno fatto venire a tutti la voglia di moto e dato a tutti la possibilità di soddisfarla, ma pensavano al ricco mercato USA dove, più che le prestazioni, contavano la comodità e l’affidabilità. Per i Rockers Vesuviani, invece, c’erano solo le emozioni, e Rafe’ ‘O Caimano le voleva provare tutte, jap o non jap.

 

‘O Caimano e la Kawasaki Z1 900
Bella e basta. Per gli inglesi era “The King” e da noi ce l’aveva Giovanni ‘O ‘mericano (per via della madre). Un giorno mi disse, con un sorrisone: “Rafè te vuò fa’ nu giro? E provala va’, chest’ so’ moto”. Prima che finisse il sorriso avevo già messo la seconda! Comodissima, manubrio largo, comandi morbidi e un motore elettrico dal rombo eccitantissimo. Fu amicizia immediata, e che goduria quel contachilometri che saliva più veloce del contagiri. “The King” accorciò via Caracciolo di brutto, ma poi di “brutto” ci fu anche la curva della Fontana del Sebeto, con il monumento che aspettava a… vasca aperta. Ma non ci finii dentro, ancora non so come. Nessun bagno, quindi, ma degli slip si salvò solo… l’anteriore! Al rientro, Giovanni chiese: “Beh, Rafe’, di’ la verità: è ‘na grande moto o no?”. “Merica’… accendimi ‘na sigaretta, va’, devo andare urgentemente a casa. Poi ti spiego”.

 

‘O Caimano e la Laverda 1000
La prima volta che ci montai sopra - le Laverda erano altine...- avevo poco più di 18 anni, la Lacoste, i Levi’s, le Superga, e gli occhiali a goccia. Fortunatamente avevo una discreta forza generale, sia per tenere la fra moto le gambe che per tirare la frizione o aprire l’acceleratore Tomaselli “rapido”. Prima, seconda, terza... Via Caracciolo scorreva veloce, la Laverdona era un mostro! Mi accorsi solo alla rotonda Diaz d’aver perso la lente sinistra degli occhiali…

 

‘O Caimano e la Honda CB 750 
Quando provai questa, fra il ludibrio degli amici Rockers, il donatore, Carletto Doppia Pizza (una non gli bastava) mi disse: “Caima’… accort’ a te, è traditrice”. In effetti: subito frenai col posteriore invece di cambiare. Eh già, aveva le leve invertite. Che figuraccia, ma io ero… inglese, mica di Tokio! La provai con circospezione. Era tutta perfetta, soft, con le frecce, gli specchietti, il pulsante della messa in moto. Tirava diritta, ma pure in curva... E poi ai bassi giri era pigra, e i freni erano nella media, da strizzare molto anche solo per rallentare. “Caima’,  t’è piaciuta?", chiese Carletto sorridente. “A chi? È ‘na schifezza!” risposi. E giù manate dai “merenderi” compiaciuti. Se avessi detto la verità m’avrebbero linciato!

 

 ‘O Caimano e la Triumph Trident 750
Triumphs Are Rolling Again!”, diceva il manifesto nella concessionaria meta di Rockers adoranti di fronte alla Trident. Finalmente Roberto ‘O Capitano (impiegato alla SNAV Aliscafi) la comprò: uno sballo, e piaceva pure alle ragazze. “Caima’, lo so che te piace assaie. Tie’, fatte nu ggiro!”. Un’emozione che la sento ancora oggi. La posizione di guida era perfetta, forse un po’ altina; all’inizio vedevi le leve e la strumentazione un po’ “scadute” rispetto alla Bonnie, ma in marcia c’erano solo la leggerezza, il motore pastoso e pronto, il sound superlativo. Eri pur sempre su una Triumph, subito a tuo agio. Anche troppo: da 4000 in un attimo si era a 7500 giri, con una progressione sconosciuta, esaltante, anche se al cambio dovevi “fare il piede”. E nel misto veloce la Trident ti attaccava al cuore: stabile, precisa e agile, gran freno motore. Difetti? Era bassa di pedane e scarichi, e i freni… non c’erano. “Ma ch’è successo? Pensavo fossi carut’… Azz, è un’ora che stai facendo ‘o giro!”, disse ‘O Capitano quando finalmente tornai. “Capitano: ma tu che vuoi da me? Mi so’ fatto tutta la Domiziana fino a Pozzuoli. Anzi, vedi che sta a riserva…”. E giù risate, con qualche “vaffa”.

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