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Aprilia Dorsoduro 750

Nasce con una missione precisa: offrire il più puro divertimento di guida...

Aprilia Dorsoduro 750
...Il suo biglietto da visita? 92 CV, l’esclusiva tecnologia Ride by Wire - Tri Map e la ciclistica derivata dalle specialistiche SXV. 
 
La moto
Inutile nasconderci: la Dorsoduro ci ha stregati; e lo ha fatto con la sua linea accattivante, condita da un motore molto a punto e una ciclistica che rispecchia quella delle SXV, le motard che hanno rivoluzionato la categoria. Certo, la Dorsoduro non è paragonabile alle più specialistiche cugine, vere e proprie race-replica, ma cavalca l’onda del successo che la gamma delle cosiddette “supermotard stradali” sta conseguendo; una tipologia in continua crescita e costituita da moto divertenti, performanti ma allo stesso tempo garanti di una certa versatilità nell’utilizzo quotidiano e di una semplicità adeguata anche ai piloti poco avvezzi ad una guida estrema. 

Il Design 
È una moto che piace al primo istante, l’Aprilia Dorsoduro. Piace perché trasuda sportività da ogni lato la si guardi e perché le linee ricordano lo stile essenziale delle supermotard da competizione. In questo caso, però, il tutto è elevato ad un più alto livello qualitativo per donarle un’estetica aggressiva, filante e al contempo ricca e sofisticata. 

Come nelle moto da competizione sparisce tutto quello che non è strettamente vitale, così le plastiche sono ridotte all’osso e servono quasi esclusivamente a incorniciare le raffinatezze tecniche. I fianchetti laterali hanno un profilo sottile e minimalista che scende fino a coprire sapientemente il radiatore del liquido di raffreddamento. Il pepato propulsore è lasciato invece in bella vista, incastonato nella ricercata struttura del telaio dalla quale spicca l’ammortizzatore regolabile. Il pur essenziale frontale è dotato di una grande personalità, dettata principalmente dall’inedito gruppo ottico che ben si integra con il piccolo parafango, teso e appuntito. Al posteriore il codino deve sottostare alle voluminose dimensioni del silenziatore, ma riesce a integrarsi bene nel disegno complessivo della moto, donandole un ulteriore aspetto corsaiolo grazie ai fianchi sfaccettati che ricordano molto da vicino le tabelle porta numero delle più specialistiche motard.

Sulla Dorsoduro le soluzioni dal look “race” sono innumerevoli. Basti guardare i vistosi paramani, efficaci nel proteggere le leve dai colpi accidentali e altrettanto grintosi, o i leggerissimi cerchi in alluminio anodizzato, le piastre della forcella forgiate e il manubrio biconico, anch’esso in lega di alluminio, al quale si collegano degli eccellenti comandi completamente regolabili.

Peccato che a tanta ricercatezza estetica e tecnica non corrisponda una realizzazione altrettanto curata di alcuni componenti. Ci riferiamo a certi elementi delle sovrastrutture, poveri nella finiture e decisamente troppo plasticosi. Non avrebbe sfigurato neanche un tappo della benzina in metallo, piuttosto che l’elemento in semplice plastica per giunta neanche incernierato al serbatoio. Le pedane per il passeggero, poi, potrebbero essere più rifinite di quelle in optional troppo economiche e con supporti davvero brutti.

La guida
La posizione che si assume è tipicamente supermotard, con tutti gli automatici pro e contro. La sella è stretta, specie nella zona di congiunzione col serbatoio, e il suo profilo invita a guidare avanzati, con  l’ampio manubrio vicino. Il piano di seduta è duretto e alto, i brevilinei fanno fatica ad appoggiare saldamenti i piedi per terra. Nelle manovre, poi, le pedane entrano costantemente in contatto con le gambe rendendo l’azione piuttosto impacciata, mentre il cavalletto di tipo fuoristradistico non è facile da trovare al primo colpo.
 
Ma i difetti finiscono qui. Basta premere il pulsante di avviamento e ingranare la prima per entrare nel mondo del divertimento puro. Il rumore è cattivo e pieno, ogni carezza al comando del gas dà origine a repentine variazioni di giri. 
Partiamo con la mappatura Rain, giusto per prendere confidenza con un mezzo completamente nuovo, ma dopo pochi metri cambiamo idea. Sicuramente la più tranquilla delle tre opzioni è utile sui fondi scivolosi o per i piloti alle prime armi, ma l’erogazione è davvero troppo delicata e il taglio di potenza è perfino esagerato: il motore sembra quasi soffocare, a volte partire diventa operazione non così facile, e anche agli alti regimi non è che si riprenda più di tanto. La Touring invece ci sembra la soluzione più idonea, perlomeno nei centri abitati, dove la morbidezza della risposta al comando del gas viene di grande aiuto nei frequenti apri e chiudi.

In città si apprezza enormemente la capacità delle sospensioni di filtrare ogni tipo di ostacolo ma si gradisce ancor di più l’agilità. Nonostante il peso non proprio da motard pura, la Dorsoduro ha una maneggevolezza da riferimento e uno lo sterzo molto reattivo, incredibilmente fulmineo nelle risposte e in grado di rendere la guida in città divertente e gustosa. Ma ci sono ancora carte da svelare.

Abbandoniamo le strade cittadine per saggiare le vere doti di questa supermotard usando finalmente la mappatura Sport. 
Nella guida sul misto l’immediatezza dell’anteriore unita alla grande leva del manubrio permette di far fare alla Dorsoduro quel che si vuole in ogni frangente: ingressi all’ultimo secondo, cambi di direzione velocissimi, discese in piega nervosissime seguite da altrettanto grintosi raddrizzamenti, correzioni di traiettoria anche in piena piega e accentuazione estrema dell’inclinazione. 
La Dorsoduro si presta volentieri a questi giochi, che si adotti una guida più stradale o quella motardistica con il piede fuori e la moto sdraiata sotto il pilota. In ogni condizione la sicurezza non manca e la confidenza trasmessa è sempre di alto livello. Ma solo se siete dei piloti almeno mediamente esperti, altrimenti qualche timore può derivare dal comportamento sempre vivace della Dorsoduro e dalle frequenti oscillazioni, specie sul veloce o su fondi sconnessi. 

Le sospensioni sostengono bene e favoriscono un ottimo grip, così la tenuta di strada è garantita e le traiettorie sono precise, ma spesso la moto si muove, lo sterzo sbacchetta e il posteriore scodinzola. Il paradosso è che questo comportamento su una moto sportiva sarebbe da bocciare e un neofita potrebbe interpretarlo come mancanza di stabilità, e invece sulla Dorsoduro è un gustoso corollario di una guida divertente. Le ruote infatti non si spostano dalle linee impostate, il pilota non deve far altro che fidarsi e tenere aperto. 
A meno che non si voglia esagerare su un’autostrada tedesca, perché allora gli ondeggiamenti si fanno molto più evidenti (ma siamo abbondantemente oltre i 160 km/h). Non manca protezione aerodinamica per il busto e la testa, piuttosto è l’effetto vela dato dalla posizione delle braccia a causare alleggerimenti dello sterzo che generano preoccupanti oscillazioni, specie se si passa sopra qualche malformazione. È da premettere che la sicurezza non viene mai meno, e poi per vedere i pendolamenti smorzarsi basta abbassarsi sotto il cupolino, arretrare sulla sella oppure adottare un set-up più rigido delle sospensioni regolabili. Però rimane un bello stress. E chi ce lo fa fare? Meglio godersi la Dorsoduro sul suo terreno ideale: i percorsi misti, possibilmente pieni di curve strette, strettissime.
 
Il Ride by Wire è a punto e ora il V2 veneto si comporta finalmente come un qualsiasi altro motore, senza prendere iniziative o apparire indipendente dalla volontà del pilota. Ora il settemmezzo di Noale ha un’erogazione molto pulita, anche fin troppo elettrica sotto i 4000 giri. Poi cambia voce e si distende in un bel crescendo fino al limitatore, che taglia in maniera morbida ma che può sorprendere lo stesso, specie se non si è esperti di bicilindrici. Per sfruttare al meglio la coppia è consigliabile cambiare intorno agli 8000 giri, regime in cui si avverte la maggiore spinta e oltre al quale le vibrazioni si fanno sempre più insistenti. 
Ammettiamo di aver utilizzato quasi esclusivamente la mappatura Sport, ma è colpa della Dorsoduro, con quel suo carattere emozionante, viscerale; e poi quell’erogazione pronta regala al bicilindrico un carattere così e felino che non ce la siamo proprio sentita di castrarla con una mappatura più dolce. Avremmo anzi preferito una risposta anche più aggressiva, quella classica botta di coppia forse old style, ma certamente molto più appagante dal punto di vista dell’emotività.

In frenata la Dorsoduro vanta un comportamento ineccepibile, la forcella ha un affondamento che controlla bene la potenza espressa dal doppio disco anteriore, caratterizzato da un attacco morbido e molto modulabile; al contrario il posteriore, se usato con poca cura, è incline a facili bloccaggi.

Abbiamo riscontrato solo un difetto nel funzionamento del cambio, duro e propenso a qualche impuntamento di troppo.

In conclusione l’Aprilia SMV 750 è una moto invitante, divertente, un buon mix tra efficacia nella guida sportiva e bontà nell’uso quotidiano. Forse non sarà la più specialistica tra le supermotard ma, se siete alla ricerca di una goduriosa compagna di “marachelle”, certamente questa è la moto che fa per voi.

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