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Addio alla brugola

La manutenzione, le trasformazioni, le riparazioni: farsi tutto da sé è una specie di obbligo morale per i motociclisti. Ma ha ancora senso con le moto di oggi, veri mostri tecnologici?

Addio alla brugola

ADDIO ALLA BRUGOLA

 

Caratteristica del motociclista è che, una volta diventato tale, si sente parte di una famiglia; e del gruppo cerca di assimilare le abitudini, i comportamenti e le manie. Il motociclista ha una propria divisa (l’abbigliamento tecnico), propri riti (il moto club, la gita domenicale, l’uscita per fare due pieghe, le gare in TV o dal vivo, le discussioni al bar), il proprio “partito” (pista, strada, cross, custom, naked, ecc.) e le proprie pratiche irrinunciabili.

 

Chi si sente motociclista per davvero ha, in fondo, un’indole individualista, anche se passa le serate al moto club o viaggia in gruppo; essere concentrati sul proprio “egoistico” piacere nella guida o sull’intimo rapporto con la propria moto non è in contrasto con l’aspetto sociale della vita del branco a due ruote; quindi c’è il momento della condivisione e quello tutto personale del “godersi” il giocattolo.

Ma si sa, i bambini amano sapere cosa c’è dietro l’involucro, conoscere i meccanismi, dominarne i segreti e magari modificare quel particolare che il fabbricante ha trascurato; così i motociclisti, bambini mai cresciuti, considerano un punto d’orgoglio irrinunciabile il farsi da sé la manutenzione del mezzo, nonché abbandonarsi alle personalizzazioni, dall’affinamento meccanico al più eccentrico tuning estetico.

 

Nel mio caso, se una moto mi piace per come si presenta di serie, facilmente così rimane per sempre. Ma la mia sensibilità estetica non è esattamente da riferimento… Per dire: passavo ore a lucidare uno per uno i raggi del mio Garelli Junior Cross del ’69, ma lo avevo verniciato di rosso, da argento che era, rovinandolo per sempre. Però sono stato avviluppato anch’io per anni con i pasticciamenti nella cantina trasformata in mini officina: smontare il motore giusto per vedere com’è dentro, scomporre il motorino in quasi tutti i suoi pezzi con un cacciavite “double face” e un paio di chiavi, per poi - ovviamente - ritrovarsi sempre con qualche pezzo in mano dopo il riassemblaggio; l’esplorazione dei meandri del carburatore, con la scusa di pulire le parti interne, ma in realtà con l’intento di sostituire, un po’ casualmente, i getti, per poi chiedersi come mai il motore tirava di meno con un getto “monstre” rispetto a quello striminzito di serie… Oppure mettere un bel 24 sul Fifty anche solo per sentirne l’inquietante muggito di aspirazione.

 

Io non ho truccato il mio motorino, poiché il mio Junior Cross mod. Export montava già un Dell’Orto UB 20, dava quasi 6,5 CV e superava i 90 km/h. Tutto di serie. Ma mi ricordo di avere sostituito gli ammortizzatori regolabili con quelli da supermarket del Malaguti Drop di mio cugino! Avevo proprio capito tutto…

Poi ci fu l’HD-Cagiva brucia-fusibili. Il motore non arrivava a 10 CV, però era molto pronto in basso, così le 125 già molto prestazionali della metà degli Anni ’80 sullo scatto brevissimo mi stavano dietro. La cosa non mi bastava, quindi decisi di scambiare alla pari la mia marmitta originale con l’espansione che un compagno di classe si era ritrovato sulla Cagiva SST presa usata. Morale: un gran casino, il motore non riusciva a tirare la quarta, e in quinta moriva del tutto.

Alla prima VFR facevo i tagliandi io, ma una volta ho distrutto il filetto del foro di scolo della coppa dell’olio, mentre un’altra ho rimontato le pinze dei freni anteriori dimenticandomi una rondella fondamentale che ho poi ritrovato passando al setaccio per ore ogni centimetro del pavimento della cantina…

 

Insomma, anche se mi sono praticamente ricostruito da solo il VFR dopo un incidente, ho capito che la meccanica mi piace ma non è esattamente il mio campo. Non basta avere passione e divertirsi con le chiavi a brugola e qualche estrattore casalingo per dirsi esperti. Evidentemente ci vogliono talento, precisione, pazienza, intuito e preparazione, e a me queste doti mancano quasi tutte.

Io non nego che ci siano schiere di meccanici dilettanti molto più affidabili di certi ufficiali, voglio semplicemente dire che un motociclista non è meno puro se non mette le mani nei cilindri o non trasforma una pacifica naked in una diabolica bruciasemafori da 0 - 100 km/h in 2 secondi.

Con gli anni poi si diventa anche pigri, quindi l’unica operazione che rimane è mettere mano al portafogli; e senza lamentarsi troppo per i costi dei ricambi o della mano d’opera, ricordando di quella volta che, volendo fare da soli, si sono fatti talmente tanti danni che poi la moto è stata comunque portata in officina.

 

I pionieri della passione motociclistica, all’alba del secolo scorso, si sentivano parte di una casta di iniziati poiché stavano sempre a mettere le mani nel motore delle proprie moto; il fatto però è che lo facevano perché le nonnette degli anni ’10 erano sempre rotte, oppure se si voleva che non si rompessero bisognava passare più tempo con gli attrezzi in mano che in viaggio. Sempre tralasciando il fatto che di pezzi non è che ce ne fossero poi molto, e i pochi che c’erano erano tutti in vista. È stato cos’ almeno fino alla fine degli anni ’70.

Ma ora le moto non solo non si rompono più (dai, ammettiamolo), ma sono sempre più sofisticate e sempre meno “pasticciabili” da chiunque. Al massimo si guasta proprio la sofisticata elettronica, ma qui non ci si può far nulla… Quindi che senso ha incaponirsi a fare i convinti sedicenti meccanici a tutti i costi? Che cosa ci guadagniamo dal renderci conto, dopo aver smontato mezza moto, che non ci stiamo capendo proprio nulla?

Affidarsi subito ad un professionista proprio no, eh?

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