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C'era una volta l'avviamento a pedale

Eravamo tutti capaci a usare la pedivella e ci piaceva pure, un rapporto fisico con il motore. Oggi se non c'è il bottoncino ci fa schifo anche il motorino. A 16 anni metteva in moto il Maico 400 con gli zoccoli, gli altri finivano all'ospedale Di Aldo Ballerini

C'era una volta l'avviamento a pedale

E chi ci pensava più all'antica pedivella. Poi ci sono stati due eventi che me l'hanno fatta tornare in mente. Il primo è stato la prova di un chopper con motore S&S di oltre 1500 cc; il secondo due chiacchiere con Marco Belli, il pluricampione di flat track che ha appena messo su la ditraversoschool.it con le Yamaha SR400. Si diceva, moto molto carina questa moto, peccato che non abbia l'avviamento elettrico.

Sarei d'accordo se fosse una media cilindrata o più, oggi le moto sono così zeppe di elettronica che se non hanno la batteria di un'auto non le muovi manco col paranco. Ma la SR400 ha un buonissimo mono soft, si avvia con una mano. Ma non tutti la pensano come me. Il punto è che nell'era dell'elettronica che si è persa l'abitudine, e anche il gusto, dell'avviamento a pedale.

Chissà cosa insegna Marco alla ditraversoschool?

 

Non parte, ma quando parte, che soddisfazione!

Dicevo del chopper. Si chiama Insulto alla miseria, i dettagli li trovate sul numero di febbraio 2015 di Motociclismo. Beh, la Insulto ha un bicilindrico americano di 1520 cc, con pistoni proporzionati. Allora, il suo proprietario ha tolto tutto ciò che poteva togliere, compreso il lussuoso motorino dell'avviamento. Trasformando così la semplicissima procedura della messa in moto in un'impresa epica. Porta via un bel po' di tempo, ecco come funziona.

Prima di tutto  si deve cercare uno spessore da mettere sotto la stampella laterale, perché la moto deve stare quasi verticale (appoggiata è troppo inclinata). Se sei a casa usi sempre quello; se sei in giro devi arrangiarti. Poi occorre dare due calci a vuoto per pulire i cilindri, col rubinetto della benzina chiuso. Poi si apre il rubinetto, si danno due sgasate a motore spento per riempire le vaschette dei carburatori e infine si inizia a scalciare. Scalciare, non è che spingi col piede e via. No: prima devi mettere in compressione un cilindro; poi salire sulla pedivella, quindi spingere con tutto il peso del corpo. Un esercizio di equilibrismo, con la moto che si muove sulla stampella e tu aggrappato al manubrio in bilico sul piede che spinge. A volte il maxipistone se ne frega e non si muove. A volte, invece, si muove. A volte il motore parte. A volte no.

Direte: ma perché tutta questa fatica? Perché questo rapporto fisico con la moto diventa un rito, una passione, un piacere. Anche quando la perfida Insulto non parte.

 

 

La Maico troncava le gambe

Personalmente non ho un brutto rapporto con la pedivella. Diciamo neutro, se la devo usare la uso, non succede niente. Però la moto deve: 1) non scalciare troppo; 2) ragionevolmente partire. Non ho subito alcun trauma da piccolo perché ho sempre avuto moto normali da avviare, la più noiosa è stata una Ténéré del 1984. Che ho amato e sfruttato alla follia ma che mi ha anche stancato con questo scalcio, visto che mi ha rotto due volte il fermo corsa della pedivella e sfondato il carter. Una volta ero a Bari, mi è toccato lasciarla lì.

Ma la Ténéré è buona, non come certe moto che hanno fatto delle stragi. Una è la Maico 400 degli anni '70. Allora ero piccolo, quindi vi riporto le leggende che allora fiorivano come le viole. Quando questa bestiaccia scalciava era un eccidio di polpacci e caviglie; ai più sfortunati spaccava la tibia a metà. Beh, forse questo era esagerato, ma di sicuro una pedivellata nella carne viva non dava gusto, e allora dovevi per forza avviarla con gli stivaloni da cross. All'epoca c'era un ragazzino, figlio di un concessionario della zona (Pesaro), che a sedici anni la metteva in moto con i pantaloncini corti e gli zoccoli. Era estate. Questione di tecnica, dicevano. È un po' come con i cavalli, devi saperci fare, sennò ti prendi una zoccolata in pancia.

Un'altra – famosa – è la Ducati Scrambler. Quella vecchia. Pare che anche lei fosse antipaticuccia da far partire, ma su questo non ho testimonianze dirette, solo chiacchiere da mercatino; se qualcuno vuole raccontare come funzionava davvero, così sappiamo.

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